Un concentrato di energia e positività, Eleonora si autodefinisce “rotolacampo selvatico, anima di fiume e ombra di bosco, devota al CouchSurfing e alla Tenda. Camminatrice instancabile, biciclettara canterina che adora i falò (nelle notti d’estate). Viaggio per necessità, per capire con il corpo e non solo con la testa, cercando il nocciolo delle cose. Sono giovane, sì, ma comunque più vecchia di Google!” nel suo interessantissimo blog Pain de Route.

Ciao Eleonora, grazie per aver accettato di rispondere a qualche domanda. Tra le tante cose, sei anche una linguista e visto che siamo su Parole on the road (e che siamo quasi colleghe per quanto riguarda le lingue), non posso esimermi dal chiederti: qual è il tuo rapporto con le parole? Cosa rappresentano per te?

Ciao Marta, grazie a te per avermi invitata! Io vivo di parole. Scritte, sussurrate, dipinte, cantate. Quando viaggio vado a caccia di lingue sconosciute e suoni insoliti, leggo tutte le insegne, i cartelli, le etichette, ascolto gli annunci nei supermercati e quelli della metro, che poi provo a imparare a memoria. Insomma, sono un po’ rimasta a quando avevo 6 anni! Cerco di dare un senso a tutti i suoni scritti o parlati che incontro, adoro andare a caccia di etimologie e mi faccio sempre insegnare la pronuncia corretta delle espressioni più comuni dei posti che visito, è un modo per me per arrivare ancora più vicina ai luoghi e alle persone. Credo di avere un rapporto molto tecnico e materiale con le parole: non ce ne sono di belle o di brutte, al massimo ce ne sono di curiose, di più o meno interessanti ed espressive. Ricordarmi qualche parola anche delle lingue più difficili mi dà grandi soddisfazioni – un mendicante di Bursa, sul Mar di Marmara, ci mise un bel po’ a insegnarmi a dire grazie in turco, e ancora me lo ricordo: teşekkür ederim (lunghissimo!)

Secondo te è possibile la comunicazione tra due persone che non parlano la stessa lingua? Se sì, qual è la caratteristica più importante che entrambe devono possedere

Certo che è possibile, perché la comunicazione è fatta da molto più che parole. Chiaramente, da linguista, non posso nascondere che senza una lingua (anche rudimentale) in comune ci si perde molto, ma le strade per comprendersi si trovano. Sembrerà banale, ma l’arma più efficace che abbiamo a disposizione è il sorriso: un sorriso grande, sincero, luminoso. È universale e ci apre tutte le porte, abbatte qualsiasi barriera culturale. Ci identifica subito come persone con buone intenzioni, e gli altri saranno più disposti ad ascoltarci e aiutarci. Pur conoscendo diverse lingue mi è capitato molte volte di avere a che fare con persone molto semplici che a stento parlavano la propria, e con cui ho dovuto esprimermi a gesti. La calma, la gentilezza e il sorriso hanno fatto tutto il necessario.

Ci racconti la conversazione più particolare, difficoltosa o strana che ricordi di uno dei tuoi viaggi? E come te la sei cavata?

Domanda meravigliosa. Non so scegliere! La primissima è stata nel mio primo viaggio nelle Cicladi, avevo 18 anni e cercavamo di comunicare con un vecchietto di un paesello bianco e sperduto con qualche parola di greco antico fresco di studi: eravamo in tre a sommare tutte le possibili conoscenze, era come fare una versione al contrario adattando la pronuncia al greco moderno. Divertentissimo! Altre volte ho dovuto usare un tedesco davvero ignorante per comunicare in Bosnia e Kosovo, dove spesso le persone hanno lavorato in Austria, Svizzera e Germania e hanno imparato un po’ la lingua. Un’altra volta è stata quando sono riuscita a convincere due serbi a portarci molto più in là del necessario (e a salvarci il viaggio) parlando in russo ‘balcanizzato’ e cercando di capire il serbo. Difficile, non impossibile, ma soprattutto da spezzarsi dalle risate. Anche perché io ero nel retro di un cargo e urlavo attraverso una rete metallica ai conducenti. Ma la volta migliore è stata una serata sul letto di un fiume in Caucaso offerta da un militare georgiano di ritorno dalla Siria e dal suo amico Sasa Sasadze, laureato in bisniès, come aveva detto lui. Abbiamo conversato, un po’ alticci, per una sera intera, sapendo non più di 30 parole di russo a testa. È lì che è nato il mio secondo soprannome di viaggio, diévushka, che in russo significa ragazza. Il militare continuava a chiamarmi perché ero quella che capiva di più. Dievushkaaaaa, dievushkaaaaa!

Come affronti i lunghi momenti di silenzio propri del viaggiare da soli?

Se viaggio da sola è spesso perché li cerco e perché devo staccare dal frastuono della vita italiana. Di solito tutto ciò che è intorno a me è così interessante che non mi pesa. Adoro viaggiare sui treni perché posso guardare fuori dal finestrino per ore ed ore, senza annoiarmi un minuto. Ascolto gli altri parlare, osservo le persone: come sono vestite, cosa fanno, spesso chiacchiero con loro un po’. Altrimenti ascolto la musica o leggo un libro, ma mi riesce difficile farlo con attenzione: il viaggio mi prende sempre tantissimo e devo essere concentrata su di lui senza distrarmi con altro.

Hai una colonna sonora, una canzone o altro che ti accompagna nei tuoi viaggi?

Al mio primo viaggio in solitaria ho ascoltato forse mezza discografia di Nick Cave e quando lo riascolto ora mi ricordo tutti i pensieri, i timori e le emozioni di quel viaggio (nelle Repubbliche Baltiche, 2015). Non ho un artista o un album preferito ‘da viaggio’, ma se dovessi citarne uno su due piedi direi Blue di Joni Mitchell, la cui leggerezza mi rimanda sempre in viaggio.

Nella tua definizione di te stessa, dici di essere devota alla tenda. Fai anche campeggio libero da sola? Come ti organizzi in questo senso?

Sì, con la tenda ho fatto viaggi incredibili e adoro la libertà che ti dà. Dormi realmente dentro i luoghi, senza alcuna barriera, con tutti i suoni, gli odori e le luci che danzano intorno a te. Il paesaggio diventa davvero la tua casa. Non ho però ancora fatto campeggio libero da sola, un po’ per timore, un po’ perché non mi è ancora capitato. Nei viaggi che ho fatto da sola ero sempre ospite a casa di qualcuno, o mi spostavo tra città grandi per cui non c’era bisogno di portare la tenda: insomma, motivazioni anche peculiari dei singoli viaggi. Prima o poi lo farò, cominciando però dall’Italia o dalla Svizzera.

Ci racconti un episodio poco simpatico e una bella sorpresa che hai vissuto con la tenda?

L’episodio peggiore sono state le mosche della sabbia, che mi hanno letteralmente scempiato la faccia quando campeggiavo su una spiaggia (la prima volta nel Dodecaneso, la seconda in Calcidica: ho foto orribili delle mie guance gonfie e rosse che vi risparmio): sono come punture di zanzara ma più grosse, dolorose e che prudono talmente tanto da farti veramente impazzire. Ho resistito per un giorno fino alla prima farmacia, dove un fenistil mi ha letteralmente salvata. Ora non viaggio mai più senza, perché attiro sempre tutti i peggiori insetti della zona. La più bella sorpresa invece è sempre il cielo dalla tenda: prima una stellata mozzafiato, in cui capisci veramente il significato di via lattea, e poi l’alba che ti sveglia gradualmente. L’alba più emozionante è stata dall’isola di Vis, in Croazia, lunghissima e con sfumature veramente incredibili, vista attraverso una penisola coperta di soffioni secchi.

E per concludere, una domanda che ho posto anche a Claudia Moreschi: quali sono i tre consigli che diresti a una donna che vuole iniziare a viaggiare da sola?

Il primo è che non c’è niente che le donne non possano fare: tutti i limiti e i divieti che vediamo esistono solo nella nostra testa. Quindi le direi di iniziare a ragionare su quanto i limiti che si pone siano reali e quanto siano frutto dei suoi timori o di quelli delle persone che la circondano. Il secondo consiglio è di cercare supporto, incoraggiamento e ispirazione online da altre donne che viaggiano da sole.

Un gruppo Facebook molto valido per cui collaboro anch’io è Viaggio da Sola Perché: una famiglia virtuale dove cercare conforto ed entusiasmo prima di ogni partenza. Ho stretto bellissime amicizie e conosciuto donne fantastiche. Il terzo consiglio è di non sgarrare mai sulla sicurezza base, che va dall’avere sempre un telefono carico o una power bank, ad aver scaricato le mappe del posto dove siamo, fino all’ascoltare cosa ci dice il nostro inconscio, che sa sempre benissimo cosa va bene e cosa no.