Una donna, la sua moto, una promessa da mantenere e una lunga galoppata attraverso la Russia, una terra sterminata come un continente. La Grande Madre si apre agli occhi, e alle emozioni, di una moderna e intrepida amazzone, in un viaggio che è anche di conoscenza interiore.

Finlandia, fine giugno. Ho dormito a Lapperaanta, in un campeggio a 20 km dal confine con la Russia. Dopo quasi un mese di viaggio alzarsi e caricare la moto è diventato un automatismo. Ma oggi non è un giorno qualunque: poco dopo la partenza mi si para davanti la dogana per entrare in Russia.

Di fronte a me le poche auto in coda mi consentono di sbrigarmela in meno di 2 ore: un record a quanto ho sentito. Malgrado tutto, arrivare fin qui non è stato poi così problematico, il difficile viene adesso. La Grande Madre Russia mi attrae e mi spaventa allo stesso tempo e nella mia testa si affollano mille dubbi e pensieri.

Tuttavia, tornare indietro non è mai stata un’opzione e, finita la giostra tra i vari uffici, mi rimetto in strada, raggiungendo San Pietroburgo. Qui ho intenzione di fermarmi qualche giorno per fare “la turista” come si deve: dopo 5.000 km di Scandinavia e tre settimane di viaggio me lo posso anche concedere!

Raggiungere la vecchia Leningrado è per me un grande risultato: molti avevano scommesso non ci sarei riuscita e io stessa, in alcune occasioni, ne ho dubitato. Finito il relax riparto, commettendo uno dei pochi errori di questo viaggio. Per riuscire a raggiungere un altro biker più avanti di me, compio un tour de force 2.400 km in 3 giorni e questo, scoprirò poi, non mi fa bene.

Questo sforzo va ad aggiungersi al carico emotivo che mi porto dietro da prima della partenza: una promessa da rispettare, un impegno da mantenere – il ricordo di un caro amico che non è vissuto abbastanza per vedermi partire e che avrei dovuto incontrare al Lago Bajkal.

Viaggiando per un paio di giorni con questo biker mi rendo conto che non riesco a reggere il suo ritmo: io ho obiettivi diversi dai suoi e le cose non coincidono. Decido allora di continuare da sola e, a Perm, riprendo in mano il timone del mio viaggio.

Passano i giorni, i chilometri, e più mi avvicino al Lago Bajkal e più mi rendo conto che una parte di me semplicemente non ci vuole arrivare. Inutile che continuo a raccontarmi la favola del “glielo avevo promesso”, “glielo devo”, eccetera, eccetera. Con tutto il bene che posso avergli voluto, dentro di me so che il Bajkal sarà una botta non da poco e, umanamente, quella parte di me si rifiuta con tutta la forza che ha: stanchezza ed emotività non mi danno tregua al punto da farmi perdere la serenità che avevo all’inizio.

Anche il fatto di essere in viaggio da sola non aiuta: in questo frangente non ho nessuno con cui confrontarmi, con cui valutare eventuali alternative, con cui semplicemente lasciarmi andare, fosse anche solo per un momento.

Mi rendo conto, mio malgrado, che per ritrovare la serenità che avevo all’inizio del viaggio devo cambiare qualcosa, anche se ancora non so cosa.

A metà luglio mi fermo in una gastiniza piuttosto attrezzata, a 40 km da Novosibirsk: ho deciso che non ho voglia di infilarmi per l’ennesima volta nel traffico cittadino e, a malincuore, non visito la città. Però trovo la lampadina del faro anteriore che si era nel frattempo fulminata: un poliziotto, fermandomi, me lo aveva gentilmente fatto notare. Senza multarmi, si era preoccupato solo che tenessi accesi i faretti supplementari, finché non sarei stata in grado di sostituire il pezzo. Che dire, in mezzo a tante nubi, un piccolo raggio di sole ci voleva.

Sono stanca e inizio a sentire di essere al limite. L’indomani mi sveglio, carico la moto e parto: ancora non so che questa sarà l’ultima volta. Avevo già deciso che sarei andata a Tomsk: quindi mi ritrovo a viaggiare in direzione nord. Una sensazione strana: i punti di riferimento cambiano, a cominciare dalla posizione del sole, e in effetti mi sento un po’ spaesata ma la cosa mi diverte anche.

Il ricordo più forte dei miei giorni a Tomsk è quello della mattina del 19 luglio. Guardo dalla finestra verso il piazzale dove avevo posteggiato Nikita sperando, in cuor mio, che me l’abbiano rubata. Sì proprio così, e io stessa stentavo a crederci. Ed è proprio in questo momento che tutti i dubbi, le paure e le chiacchiere nella mia testa spariscono. Mi rendo chiaramente conto che così non posso andare avanti: è deciso, spedirò Nikita con il treno a Vladivostok e io continuerò con altri mezzi.

Ho bisogno che siano altri a occuparsi del mio avanzare, io non ce la faccio più a fare tutto. Malgrado la lotta interiore, io al Bajkal ci voglio arrivare ma ora sono costretta a scegliere: il viaggio o i chilometri in moto? E così, la sera una sera di luglio riparto in bus da Tomsk, luogo che per me ormai rappresenta il cuore russo, un punto nevralgico del mio viaggio, armata solo di uno zaino e della curiosità di vedere dove la mia recente scelta mi porterà.

È la fine di luglio quando, finalmente, raggiungo il Bajkal: ad accogliermi una pioggia sottile ma fastidiosa e un cielo cupo, senz’altro in linea con il mio umore. Dopo una breve traghettata sono sull’Isola di Olkhon. Una terra selvaggia, semi deserta e mistica, con la sua lunga tradizione di sciamanesimo. Arrivo nel tardo pomeriggio e mi presento all’ostello prescelto. Subito ci sono dei problemi, a cominciare dalla scortesia della signora alla reception, quasi che tutto attorno a me percepisca il tumulto emotivo che mi porto dentro.

Prenoto una gita per il giorno seguente: senza un mezzo mio questa è l’unica possibilità di spostarsi su quest’isola lunga circa 70 km. La meta: il punto più a nord che oltre a offrire un panorama spettacolare, è l’unico punto di tutta l’isola da cui si vedono entrambe le sponde del lago.

Dopo un viaggio, quasi surreale, a bordo di uno dei tanti “marshrutka”, arriviamo poco prima dell’ora di pranzo. Malgrado l’orda di turisti attorno a me, riesco a ritagliarmi momenti di silenzio per assaporare il panorama ma soprattutto per tenere finalmente fede a quella promessa. Sono arrivata, ce l’ho fatta. Stanca, a volte sfiduciata, svuotata. Ma sono qui, è innegabile.

Come è innegabile che questo luogo diventa per me un altro cuore, russo e non solo, un altro punto nevralgico di questo viaggio. Il mio tributo alla memoria, all’amicizia, alla vita. Mi volto: una barca a vela scompare dietro la scogliera.

Non c’è nessuno in torno a me ma so di non essere qui da sola.

Se desideri seguire anche tu un viaggio in solitaria, visitando luoghi fuori dai soliti percorsi di viaggio, leggi il mio libro Chilometri di Versi. All’interno ho raccolto pensieri, emozioni ed esperienze vissute durante il mio ultimo viaggio dalla Svizzera al Giappone. 

Questo mio articolo è stato pubblicato nel Volume 1 della rivista “Storie”, pubblicata da “Il 6% che va in moto tutto l’anno”. Per ulteriori informazioni e per ordinare la rivista, clicca qui.